Editore.

A testimonianza del rapporto tra Neruda e la casa editrice, abbiamo selezionato la trascrizione del discorso con cui il Poeta, il 12 novembre del 1970, inaugurò la mostra “Omaggio al Libro e ad Alberto Tallone”, presso la Libreria Italiana di Santiago del Cile.

Omaggio al libro e ad Alberto Tallone (1970)

Parlando di Gutenberg e dell’invenzione della stampa, Lamartine aveva coniato una bella frase: “La stampa è il telescopio dell’anima …”. Un telescopio pone noi uomini in contatto con il pensiero segreto del passato, con il lavorìo del presente e il mistero del futuro.

Questi libri cosiddetti “di lusso”, che spesso abbiamo la tendenza a condannare perché accessibili a pochi, non ostacolano affatto la diffusione del libro popolare, che si stampa in milioni di copie, che percorre tutte le strade e giunge in ogni casa, e che nel suo percorso riflette il grande lavoro errante del pensiero.

Ma esiste la tradizione del bel libro, che ambisce alla stessa perfezione raggiunta nella pittura e nella scultura. Opera dell’uomo, a cui tanti meravigliosi artisti hanno dedicato la loro vita. Tra questi c’era Tallone d’Italia.

Tallone d’Italia per molti di voi è solo un nome, è invece per me un’insieme di tanti ricordi. Lo ammiravo da prima di incontrarlo: i suoi bei libri, il suo carattere immacolato disegnato da lui stesso. Mai avrei pensato che la vita mi avrebbe concesso l’onore così alto di vedere le mie opere da lui stampate.

Fu così che un giorno ricevetti un suo invito. Abitava vicino a Torino, “presso Torino”, ad Alpignano, e lì giungemmo in treno, Matilde ed io. Sì, sapevo dov’era la casa, avendomi detto lo stampatore: è da questa parte della ferrovia. E vi giungemmo, ma mi sentì improvvisamente disorientato, perché, non poteva essere: c’era una locomotiva con i vagoni e la locomotiva era fumante. Dissi a Matilde: “Ci siamo sbagliati, questa è la stazione del paese”.

No, signore! Tra l’altro il grande Tallone collezionava treni e aveva acceso la locomotiva perché il fumo mi annunciasse da lontano la sua casa.

Sono passato nella luminosa sala dove c’era chi lavorava, l’immensa officina: una riproduzione quasi esatta della tipografia di Gutenberg. I grandi tavoli, i caratteri che passano di mano in mano, i depositi della profumatissima carta meravigliosa che l’Italia produce.

E poi la conversazione, con la cordialità del vino, il vino bianco della regione di Torino. Ma su tutto era il suo amore per la tipografia, la sua immensa vocazione di tipografo, la sua dedizione assoluta a ogni pagina dei suoi libri, che illuminava Tallone e irradiava dalla sua anima.

Quella luce europea si è spenta, quell’umanista è mancato poco tempo fa, lasciando incompiuto un libro che ho scritto apposta per lui, “La Coppa di Sangue”.

Bianca Tallone mi ha scritto: “Alberto ci ha lasciato, ma io finirò il tuo libro e manterrò in vita la stamperia; mi sento responsabile di questo edificio di bellezza, di questa bottega vocata alla qualità”.

Tallone, tra tanti maestri della stampa, era il più brillante, il più classico, il più rigoroso, il più esigente. Il minimo difetto era un peccato ai suoi occhi, una ferita imperdonabile che risaltava sulla riga stampata.

Per dirvi, alcuni dei miei libri sono stati per sei mesi nella sua officina, perché un singolo accento era inclinato in un modo diverso da quello che avrebbe dovuto, e bisognava riportarlo nella sua vera posizione.

La dedizione, il decoro, la bellezza suprema dei suoi libri sono qualcosa di straordinario. Ha stampato tutti i classici italiani e molti dei più famosi poeti francesi, come Ronsard. Ma fu nella stampa dei grandi italiani, da Dante a Machiavelli, da tutti i rami della meravigliosa letteratura d’Italia, che toccò i vertici massimi.

Ecco, dunque, vi affido un nome per me indimenticabile, che ora ci illumina con la sua opera.

PABLO NERUDA
Santiago del Cile, 12 novembre 1970

Pablo Neruda, Enrico Tallone, suo padre Alberto Tallone e Matilde Urrutia, ad Alpignano, 1967.

Enrico, Elisa ed Eleonora Tallone a Parigi.

Intervista ad Alberto Tallone (1966).

Darío Oses

Giornalista. Master in Studi Latinoamericani (Università del Cile). Direttore della Biblioteca Fondazione Pablo Neruda.



Due cileni: Pablo Neruda, Premio Nobel per la Letteratura 1971 e Gabriela Mistral, Premio Nobel per la Letteratura 1945.
David Alfaro Siqueiros, Pablo Neruda e Diego Rivera.
Pablo Neruda e Juan Rulfo.

Diplomatico. Dottore in Studi Latinoamericani e Master in Relazioni Internazionali. Professore e scrittore.

Trascrizione del video di Abraham Quezada

Salve, cari amici. Da quella che fu la capitale del vicereame, da Lima, dal Perù, vorrei formulare un caloroso saluto alla Società dei Bibliofili Cileni e, in Italia, alla Società Bibliografica Toscana. Società che hanno organizzato questa magnifica mostra, la prima mostra virtuale cileno-italiana dedicata a “Pablo Neruda: 50 anni Premio Nobel per la letteratura 1971-2021”. In tale contesto, colgo l’occasione per salutare e ringraziare anche tutte le altre istituzioni che hanno contribuito al conseguimento di questo importante risultato, tra cui, in primis l’Archivio Storico Generale del Ministero degli Affari Esteri del Cile, dove lavoro, e in Italia, la Biblioteca del Centro Ignazio Cerio Caprense, che ebbi modo di visitare ed apprezzare alcuni anni orsono.

È fuor di dubbio che questa mostra virtuale rappresenti un evento non solo rilevante, straordinario, ma oserei dire anche profondo, in quanto ci parla di Neruda bibliofilo, che rappresentava una delle grandi passioni del poeta. Ci parla di Neruda e delle sue collezioni, Neruda in Cile e, infine, di Neruda in Italia. Queste tre dimensioni sono dimensioni molto amate dal poeta, che le ha vissuti profondamente. In relazione al suo ruolo di bibliofilo, ad esempio, mi limiterò a raccontarvi due aneddoti che ho avuto il privilegio di portare alla luce in alcuni dei miei studi già pubblicati. Il primo riguarda l’intenso carteggio che il poeta intreccia con l’accademico cileno Claudio Veliz, in modo che questi possa procurargli a Londra un vecchio e preziosissimo libro, intitolato Travels (Viaggi) di Amasa Delano. In tale corrispondenza, nell’agosto del 1963, Neruda disse a Veliz di essere disposto a pagare “qualunque prezzo gli chiedano” e a novembre dello stesso anno, ovvero solo un paio di mesi dopo, aggiunse: “Brucio dal desiderio di vedere e tastare quel librone”. Alla fine l’acquisto si concluse felicemente e il poeta poté avere il libro. Quando gli arrivò il libro, il poeta ne fu immensamente lieto e diede un ricevimento a Isla Negra per tutti i suoi amici.

Un altro aneddoto simile riguarda i suoi disperati e insistenti tentativi di acquisire, avvalendosi dell’intermediazione dei suoi amici peruviani, una copia del libro di Flora Tristán, Peregrinaciones de una Paria, nella sua edizione originale, in francese, del 1838. Vi erano naturalmente in Cile altre edizioni del libro. Anche Ercilla Press, negli anni ’40, ne aveva pubblicato un’edizione e ce n’erano altre due pubblicate che il poeta avrebbe potuto tranquillamente leggere. Però no! Lui voleva l’edizione originale in francese. Perché l’ha voluta così fortemente? Perché a parte il gusto del libro antico, da annusare, toccare, tastare (come scrisse Neruda in una delle sue lettere), Flora Tristán, aveva raccontato del suo passaggio attraverso Valparaíso, e delle bugie e degli aneddoti che a quell’epoca circolavano nel nostro storico porto. Pertanto, il poeta lo volle nella sua edizione originale. Pertanto, il contributo documentale che Voi avete realizzato con tanta cura, con tanto amore, potrà contribuire a celebrare giustamente l’impegno intellettuale di Neruda e il suo amore per i libri, dando conto del suo intenso mondo poetico, di cui molto è ancora da scoprire.

Fortunatamente per noi, ricercatori e studiosi, l’universo nerudiano è un universo in espansione. Il contributo che la Società dei Bibliofili Cileni sta fornendo per esporlo in maniera estremamente professionale e renderne possibile l’ampia condivisione (che in fondo che è l’obiettivo finale che tutte le persone e le istituzioni dedite a ciò dovrebbero avere) rappresenta uno sforzo veramente encomiabile. Se il poeta fosse ancora vivo, sarebbe indubbiamente lieto di questa iniziativa. Ci auguriamo che in futuro l’evento possa ripetersi una seconda, una terza, una quarta volta e così via. In chiusura, consentitemi un’ultima riflessione su Neruda e il Premio Nobel. Come sapete, il Premio Nobel concesso a Neruda è stato il secondo Premio Nobel per il Cile e il terzo per l’intera America Latina, dopo quelli di Mistral nel 1945 e di Miguel Ángel Asturias nel 1967. Però, forse non sapete che Neruda era stato candidato a questo riconoscimento sin dalla fine degli anni ’40. Nel 1964, il poeta fu profondamente commosso quando venne a sapere della rinuncia al premio da parte di Jean Paul Sartre. Nella lettera inviata a Stoccolma, il filosofo francese tra le altre cose scriveva “Non sono degno di ricevere questo riconoscimento fino a quando non sia stato assegnato a poeti del calibro di Neruda”. Alla fine, il poeta ricevette il Nobel. Perché gli fu assegnato? Certamente in virtù del suo talento e della sua carriera. Certamente, ma anche grazie alla sua perseveranza, perché era tenace e perché credeva ed era convinto di meritare un tale riconoscimento. Così è grazie mostre come questa, che mi pare rendano merito ad un universo così ricco e, lo ripeto, in espansione, come quello di Neruda, che il poeta, fortunatamente per tutti noi, potrà continuare a offrirci queste gioie. Nel rigraziarVi infinitamente per quanto avete fatto, Vi saluto calorosamente da Lima. Grazie.

Cantautore, molto amato dal pubblico cileno. Vincitore nel LVI Festival della Canzone di Viña del Mar, Cile (2015).

 Poema 20 di Pablo Neruda.

Bibliotecaria dal 1990 presso il Centro Caprense Ignazio Cerio. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli.

Ha approfondito il tema degli scrittori e viaggiatori inglesi a Capri, pubblicando anche numerosi saggi sull’argomento. Per il Centro Caprense ha curato le mostre “Storia di un’isola e di una biblioteca”, “La Locanda Pagano: una famiglia, la sua casa, i suoi ospiti”, “Tre secoli di viaggiatori a Capri”, “Capri e il mondo nei disegni di Laetitia Cerio”.

Capri, regina di roca

Era una buia sera invernale quando Pablo Neruda e Matilde Urrutia arrivano a Capri alla Casetta di Arturo. Edwin Cerio, che l’ha messa a disposizione dei due, li accoglie alla luce del fuoco del camino. Nei giorni precedenti, l’8 gennaio 1952, il deputato Mario Alicata aveva scritto una accorata lettera a Cerio, chiedendogli di ospitare il poeta: “C’è a Napoli il grande poeta Pablo Neruda il quale desidera trascorrere tre mesi a Capri per portare a termine un suo libro sull’Italia (…) Vorrebbe abitare una casa, anche piccolissima e non in un albergo o pensione (…) Potrebbe, forse oso troppo, vedere se ha lei, da qualche parte, una o due stanze libere?”.

Edwin rispose direttamente a Neruda, con un semplice telegramma d’invito: “Venga, l’aspetto a Capri. C’è una villa, la Casetta di Arturo, pronta per ospitarla. Lì starà tranquillo, potrà finire il suo libro e riposarsi”.

I sei mesi che trascorrono ne La isla clandestina come la chiama Neruda, sono documentati dall’epistolario tra Edwin e Pablo conservato nella Biblioteca del Centro Caprense Ignazio Cerio. Il carteggio è composto da 14 unità documentarie, in gran parte lettere di Neruda, ma anche di Mario Alicata, le minute di alcune lettere di Edwin, quella di un articolo che celebra l’arrivo sull’isola del poeta “l’augurio che approdi in una terra dalla quale non si scorge alcuna cortina di alcun metallo, e che ha per frontiere solo gli orizzonti della poesia e della bellezza” e uno straordinario biglietto d’invito “a beber una copa …” in carta velina con il viso di Edwin stilizzato che fu recapitato il 25 marzo 1952 ai proprietari della Casetta Arturo e – per nostra fortuna – conservato. Gran parte delle lettere è redatta su carta di riso comprata in Cina e ornata con eleganti disegni di libellule, fiori e un ideogramma: “è la mia firma, in cinese significa ‘tre orecchie’”.

Edwin e Claretta Cerio e Pablo e Matilde erano dirimpettai; i primi abitavano Villa Lo Studio, situato proprio di fronte alla Casetta di Arturo, entrambe su via Tragara. Essi si scrivevano e la cameriera di entrambi, la signora Amelia, faceva da ‘postina’. Continuarono a scriversi anche quando Neruda e la Urrutia si trasferirono in Via Li Campi, casetta più vicina al centro storico ma certamente senza la vista mozzafiato su Marina Piccola. In quelle lettere, oltre al quotidiano, alle richieste di consigli, sono ben evidenti il senso dell’ospitalità, gli interessi comuni, la curiosità per le collezioni di conchiglie di Edwin, la serenità che pervadeva la coppia e l’ispirazione che lui trova nelle bellezze naturali isolane.

Le lettere tra i due raccontano anche di un incidente che minacciò di incrinare il rapporto di stima che si era creato tra l’ospite e il padrone di casa. Cerio, nel mettere a disposizione la propria abitazione aveva posto come condizione che il poeta – durante il suo soggiorno isolano – dimenticasse la suo ruolo di militante comunista, ma quando ricevette una telefonata da un cileno che, giunto a Napoli, gli chiede di parlare con Neruda, si allarmò e gli scrisse: “Sono stato molto felice di mettervi a disposizione la casetta di Arturo…è nella tradizione di Capri, della mia famiglia e del mio piccolo centro culturale onorare le persone d’ingegno e gli intellettuali senza chieder loro altro passaporto che le loro opere (…) quanto a me ho il difetto di odiare ogni genere di politica (…) poiché non desidero navigare sotto una falsa bandiera, vi prego, e prego i vostri amici di non unire all’ospitalità offerta alcuna intenzione o manifestazione di parte”. Il poeta si scusò per il disturbo arrecato, precisò che non faceva alcuna attività politica, “quanto alla vostra bandiera già la conoscevo, sorta con i colori e i profumi della vostra isola” e gli promise che non avrebbe più avuto problemi. Come fu.

Sull’isola gli incontri segreti con Matilde non avevano più motivo di essere, considerato che Delia del Carril era dall’altra parte del pianeta: si sentivano finalmente liberi di amarsi, di passeggiare a lungo fino ad Anacapri inerpicandosi per la Scala Fenicia e organizzare alcune feste con gli amici di Roma e Napoli. Pablo escogitò anche una singolare cerimonia affinché l’amore che li legava venisse benedetto dal chiaro di luna caprese.
Cerio era – tra le altre cose – uno studioso della natura isolana e trovò in Neruda un attento interlocutore, tanto che volle fargli dono graditissimo del suo libretto con un racconto sulla lucertola dei Faraglioni stampato su carta d’Amalfi e fuori commercio.

Nel ringraziare l’amico, Neruda gli confida il progetto che ha in mente: la pubblicazione del libro di poesie dedicato a Matilde, Los Versos del Capitan. La tranquillità e la pace isolana sono state ideali per completare l’opera. La raccolta verrà poi pubblicata anonima, da Paolo Ricci nel luglio del 52, quando il poeta era già ripartito per la Patria. Soli 44 esemplari fuori commercio, ognuno col nome di un sottoscrittore; oltre a Cerio, Quasimodo, Guttuso, Giorgio Napolitano, Vasco Pratolini Palmiro Togliatti, Luchino Visconti, Giulio Einaudi, Renato Caccioppoli; scorrere quell’elenco (presente prima del Colophon a fine volume) oggi, equivale a leggere un capitolo di storia di questo paese.

L’ultima lettera a Edwin e Claretta, quella scritta dalla motonave Giulio Cesare che lo riportava in Cile dopo che Scelba non gli aveva rinnovato il permesso di soggiorno, reca la gratitudine dei due ed un saluto affettuoso agli amici capresi i quali dopo il ritorno in patria non saranno dimenticati, tanto da ricevere in seguito anche graziosi omaggi.

Bibliografia:

Copertina I Versi del Capitano, Napoli, 1952.

I Versi del Capitano, digitalizzati

Lettera di Pablo Neruda ad Edwin e Claretta Cerio (6 luglio 1962).

previous arrow
next arrow
previous arrownext arrow
Slider

Scrittrice e sceneggiatrice.

Nasce a Borgomanero, in Piemonte, vive a Torino e successivamente a Roma e Napoli.
Scrive con Massimo Troisi le sceneggiature di tutti i suoi film , dal primo, ‘Ricomincio da tre’ fino a “Il Postino” con la regia di Michael Radford.

Attualmente continua a scrivere film, gli ultimi sono “Elsa & Fred” con la regia di Michael Radford e interpretato da Shirley MacLaine e Christopher Plummer. Sempre per lo stesso regista, ha scritto “La musica del silenzio”, film biografico sul tenore Andrea Bocelli.

Pubblica narrativa con la casa editrice E/O. Un suo romanzo di successo è “Da domani mi alzo tardi”, dedicato al ricordo di Massimo Troisi, da cui sono stati recentemente tratti il film omonimo con la regia di Stefano Veneruso e uno spettacolo teatrale da lei stessa interpretato.



Neruda nel cinema italiano: Il Postino (1994)

Antonio Skàrmeta scrive “Il postino di Neruda” nel 1986 e nel 1994 Michael Radford dirige un film tratto dal libro che ha come protagonista Massimo Troisi. Il film avrà cinque candidature all’Oscar, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Produzione e la statuetta sarà vinta da Luis Bacalov per la Miglior Colonna Sonora.

Ho avuto modo di conoscere Antonio Skàrmeta in Italia, alla fiera del libro di Torino, dopo averlo prima incontrato nelle pagine del suo romanzo, quando ne feci, insieme a Massimo Troisi e Michael Radford, l’adattamento cinematografico. Ho di lui il ricordo di una persona dolce, morbida e mi è parso che l’uomo corrispondesse perfettamente all’artista, che il libro gli appartenesse come la sua pacatezza, il suo sorriso, il suo sguardo vivace e la meravigliosa lingua con cui mi parlava, che però non comprendevo. E’ stato così un incontro di sensibilità, di supposizioni, di espressioni del volto che però mi ha lasciato un segno indimenticabile.

Nessuno meglio di lui poteva raccontare il Neruda privato, portarci nella sua casa di Isla Negra, mostracelo mentre balla con Matilde o cucina con una cipolla in una mano e un coltello nell’altra, trasformando il tutto in poesia. Seguirlo poi nel suo disincanto di fronte alla notizia del premio Nobel, gradita ma accolta con modestia, senza autocelebrazioni e vanità. Ci ha restituito l’uomo capace di dare ascolto agli ultimi, lo stesso che ha riportato con dolorosa empatia la voce del minatore, ‘creatura senza volto, maschera di sudore, polvere e sangue’ che lui stesso vide emergere dalle viscere della terra cilena. Un semplice postino poco acculturato, ma con una sensibilità acuta e tanti ideali, diventa grazie alla penna di Skàrmeta il migliore confidente del Poeta, quello a cui chiede conforto dall’esilio, pregandolo di inviargli i suoni dell’isola. Mi sono sempre chiesta se quel postino sia mai esistito e, in caso negativo, a quale piega della realtà si sia mai ispirato l’autore per inventare un personaggio così vero e credibile.

Massimo Troisi, sensibilità acuta, animo poetico, autore, regista, attore napoletano di grande talento, che in Italia viene considerato erede del genio di Eduardo de Filippo, legge il libro e se ne innamora. Proprio l’idea di sbirciare nelle pieghe meno evidenti dell’animo del Poeta, il poter dare realtà alla vita che si nasconde dietro a un verso e, ancor più, alla luce bellissima ma accecante del più prestigioso premio del mondo, il Nobel, lo ha indotto a desiderare di farne il capolavoro della propria vita artistica e anche personale. Certo non poteva prevedere che il film avrebbe avuto ali così forti da volare fin oltre oceano e arrivare agli Oscar, ma ci ha messo tutti gli ingredienti per renderlo eccezionale: talento, passione, professionalità a cui il destino ha aggiunto una croce che Massimo ha imbracciato con coraggio e determinazione. Nel film si vede tutto, non solo il prodotto artistico, ma l’anima, che appare sullo schermo nuda, quasi che l’immagine, il volto scavato, il corpo magro, fossero solo il tramite materiale per l’interiorità imprendibile che pervade il personaggio. Il Postino è stato per Massimo Troisi l’ultimo film: ha girato con le ultime forze che un cuore in attesa di un trapianto gli ha concesso. Ostinatamente si è rifiutato di rimandare le riprese, di interromperle quando si è sentito stanco. Un venerdì di giugno ha terminato il suo lavoro, ha salutato tutti, facendo la classica foto di fine riprese e dicendo “Non dimenticatevi di me”. Il sabato pomeriggio si è addormentato e se n’è andato.

“Il Postino” sembra contenere inconsapevolmente il proprio futuro, ha dentro un senso di dispiacere e di fine delle cose che parte dalla finzione della storia e della pellicola per continuare nella vita in modo clamoroso. La finzione si confonde dolorosamente con la realtà. Ma nel film non c’è solo tristezza, lo governano anche sorriso e poesia, stessi ingredienti del libro, anche se l’adattamento ha richiesto molti cambiamenti. Un cambiamento di epoca, dal 1973 al 1952, di ambiente, dal Cile all’Italia, di età del protagonista che da giovane diciassettenne diventa un adulto senza età, ma con sogni e aspirazioni intatti e puri. Adattare il romanzo è stato affascinante. Mentre il Postino, personaggio nato dalla creatività dello scrittore, lasciava più libertà, Neruda ha richiesto un lavoro che doveva essere rispettoso della grandezza a tutti nota. Non sempre ci si poteva avvalere dei dialoghi del romanzo, perché molti degli elementi che fanno grande il personaggio sulla carta, sono narrati e non dialogati. Come far parlare il Poeta nel film rimanendo alla sua altezza? “Confesso che ho vissuto”, scritto dallo stesso Neruda in prima persona, è stata la soluzione. Scavando a fondo nelle parole espresse dal Poeta è stato possibile costruire i suoi dialoghi. Il personaggio di Mario Jimenez, che in Italia diventa Mario Ruoppolo, nel romanzo ha la freschezza della giovinezza, ma ritrova la sua vivacità nel talento di Massimo Troisi. Sono molte le licenze che ci si deve prendere per trasformare un bel libro in un buon film, come per esempio infilare più di un falso storico nella vicenda e perdonarsi. C’era però nel ‘Postino di Neruda’ un elemento che è stato davvero necessario rispettare, la poesia che sul finale si fa dolente per la morte di Pablo Neruda, che avviene durante il colpo di Stato di Pinochet. Falso storico sì, ma non si poteva certo far morire il poeta in anticipo di vent’anni. Così, per conservare il senso di perdita che pervade la fine della storia, è stato inevitabile che morisse il Postino e che il cordoglio che nel romanzo è suo, fosse invece del Poeta: Pablo Neruda, tornando nell’isola in cui tutta la vicenda si è svolta, scopre che il suo amico e confidente non c’è più. C’è suo figlio, orfano già prima di nascere, che porta il suo nome, Pablito. Purtroppo quel senso di morte è uscito dalla finzione ed è entrato nella realtà, con la morte di Massimo Troisi si è creato un vuoto per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e per il pubblico che lo ha amato, davvero incolmabile. La visione del film ci consola e al tempo stesso ci addolora ancora oggi.




Copertina del libro.

Libro pubblicato a Roma nel 2004.

Interno del libro.

Il poeta spagnolo Federico García Lorca e Pablo Neruda.

Giuseppe Bellini e Pablo Neruda a Milano.

previous arrow
next arrow
previous arrownext arrow
Slider

Libro Pablo Neruda. Passi in Italia.

Visita a Enrico e Bianca Tallone

Locomotiva ad Alpignano

José Goñi, Ambasciatore del Cile in Italia (2000-2004), con Bianca Tallone.

Enrico Tallone e José Goñi, Ambasciatore del Cile in Italia all’epoca (2000-2004).

José Goñi, Ambasciatore del Cile in Italia (2000-2004), con Enrico Tallone.

previous arrow
next arrow
previous arrownext arrow
Slider

Premio Nobel de Literatura (1971)